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Elementi di Riflessione

In questo articolo vorrei parlarvi di autoguarigione, ma non lo farò elencandovi strategie e tecniche capaci di indurre tale stato a comando, o cercando di convincervi a seguire scrupolosamente, come capita spesso leggendo certi manuali, metodi precisi o protocolli preconfezionati. Questi, secondo me, infatti, non richiedono di individuare un senso più profondo in ciò che viviamo, (una risposta fisica o emozionale a un evento, traumatico o no, o una disarmonia organo-viscerale o del metabolismo), non lo contestualizzano nella vita di tutti i giorni, non ne cercano la causa in uno stile di vita o in un approccio ad essa, e quindi rischiano di lavorare solo sulla parte sintomatica. Cercherò, invece, di portarvi elementi che possano creare una riflessione attiva, in modo da sviluppare, nel tempo, una maggiore autonomia interpretativa e, chissà, magari anche terapeutica. Quei manuali si potrebbero definire di “pret à porter”, perché propongono soluzioni valide per tutti, senza valutare o soppesare le singole realtà, snaturando, in ambito terapeutico, quella che Ippocrate, padre della medicina occidentale, definiva Arte medica, che invece richiede scrupolosa attenzione alla particolarità di ognuno e alla costruzione di un percorso terapeutico cucito in base alle caratteristiche costituzionali e alla condizione fisica ed emozionale, relazionale, spirituale, nella quale il soggetto preso in esame si trova. Quando si applicano rigidi protocolli uniformati, quando per esempio si indirizza tutta l’attenzione sull’aspetto risolutivo, senza ricercare e sviscerare cosa si celi dietro al sintomo, e quale relazione questo possa avere con tutti i movimenti che avvengono nel nostro organismo nel momento in cui nasce l’esigenza o la necessità di attivare processi di autoguarigione, è facile che ci si dimentichi dei precetti e dei consigli di Ippocrate e si tenda a frammentare.

Nella parola autoguarigione si trova il senso del saper fare da sé, cioè della capacità di governarsi e reggersi da soli, dell’essere in grado di amministrarsi liberamente (per quanto riguarda il concetto di libertà suggerisco la lettura dell’articolo “libertà” pubblicato nel libro Verso il cambiamento di Flavio Montelatici edito da Porto Seguro). Ma la facoltà di governarsi e provvedere alle proprie necessità passa attraverso un lungo percorso di crescita personale, che permette un avvicinamento a un altro livello di interpretazione della realtà, sia interiore che esteriore, soprattutto quando si affronta il tema del funzionamento del corpo umano. Questa diversa interpretazione della realtà non vuole essere migliore di altre, ma solo diversa, perché non si tratta di cambiare unicamente metodologia interpretativa o diagnostica ma di rivoluzionare le proprie convinzioni e la propria esistenza. La diversità a cui faccio riferimento, per me, nasce dal fatto che per poter riconoscere, e quindi comprendere, i processi di autoguarigione che l’organismo innesca autonomamente ogni qual volta si presenta la necessità di una riparazione, di un’eliminazione o di un rinnovamento, è necessario capire come nascono e si generano tali processi, e quale sia il loro senso biologico e psico-emozionale. Affinché questo processo avvenga, bisogna partire dal presupposto che tra corpo e mente non esiste distanza e accettare una relazione di incontro e scambio continua, dal momento della fecondazione dell’ovulo nel grembo materno fino alla fine della vita di ogni essere vivente e che, infine, corpo e mente, che costituiscono in egual misura l’individuo, siano la stessa cosa e che in uno si trovino sempre elementi dell’altro.

 

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Spesso in ambito terapeutico si tende a sposare una modalità interpretativa-terapeutica, anziché un’altra, perché l’essere umano ha bisogno di un modello di riferimento. I piani di intervento terapeutico vengono redatti in rapporto agli elementi, culturali ed esperienziali che si depositano in ognuno di noi, durante il percorso di formazione e in relazione alla scelta operata del modello. Limitandomi al mio punto di vista, in quanto osteopata, ho notato che questa scelta può risultare un punto di forza, ma anche un ostacolo a una maggiore comprensione. Un elemento di forza perché scegliendo si hanno dei punti di riferimento e quindi la gestione appare semplificata. Un ostacolo invece perché talvolta, seguendo delle linee guida tracciate, ci risulta difficile riconoscere adatti anche altri modelli. Sposare un credo e seguirlo fedelmente senza discernimento, talvolta addirittura ciecamente, può significare non utilizzare altre chiavi interpretative e quindi non operare una riflessione più profonda. Certo è molto difficile riuscire ad approfondire teorie o tecniche diverse ma, a mio avviso, la cosa importante, non è tanto cercare di sapere tutto, quanto essere disposti ad accogliere tutto interiormente, mantenendo una disposizione ad altre possibilità.

Un esempio fra tanti di questa trasformazione potrebbe essere, restando in ambito terapeutico, la diagnosi e la terapia. Entrambe scaturiscono dalle conoscenze acquisite, dalle esperienze vissute, dalle convinzioni, siano esse di natura olistica, appartenenti alla medicina naturale, oppure riduzionistica, in riferimento alla medicina scientifica. Ogni piano terapeutico viene impostato sulla base di una diagnosi e questa in rapporto a un’anamnesi, ovvero alla raccolta delle notizie che riguardano il paziente. La raccolta delle informazioni sarà influenzata dall’orientamento che si è scelto, perché sarà il nostro modello interpretativo a condurci negli esami obbiettivi, nelle domande, nei test, ecc. Cerchiamo in definitiva quello che conosciamo e che vogliamo trovare, e questo può addirittura determinare la ricerca. Ma seguendo ciecamente un modello, quindi una direzione, come se camminassimo su un sentiero tracciato nel bosco, con lo sguardo fisso su di esso, (fra l’altro in Osteopatia la mobilità oculare risulta essere un elemento di diagnosi e terapia molto importante) quindi senza osservare ciò che sta attorno a questo sentiero, come possiamo intravedere altro, rispetto a quello che vediamo e vogliamo vedere?

Quando compare un sintomo, di natura fisica o di natura psico-emozionale, mantenere quest’osservazione complessiva, rispetto alla strada scelta, con attenzione per i sentieri laterali, il paesaggio, il cielo, e ogni particolarità che si evidenzia, può sicuramente aiutarci ad avere una visione più globale di quello che stiamo osservando, permettendoci di superare la parzialità. Attitudine questa che ci permetterà non solo di analizzare elementi diversi rispetto al nostro orientamento, nel senso di volgersi verso una direzione diversa rispetto a quella prefissata, ma anche tessere sincere relazioni con professionisti che, per loro scelta e attitudine, indagano orizzonti diversi. In questo modo ci incamminiamo all’interno del corpo umano con un passo diverso, all’interno cioè di tutta la vita che vive fuori e dentro di questo.

Per fare un esempio pratico di indagine sistemica, un problema al ginocchio, un dolore, un’infiammazione, ai legamenti, ai tendini o alle articolazioni, potrebbe essere causato, oltre che da un problema contingente dello stesso, da un problema posturale complessivo o di altre articolazioni, altri tessuti, vicini o lontani al ginocchio, dalla dinamicità della bocca, la mobilità degli occhi,  una difficoltà nella funzione o nel movimento delle viscere, indirettamente relazionati con il ginocchio, dal sistema fasciale oppure Cranio Sacrale ma, anche, il risultato di qualcos’altro come un conflitto psico-emozionale, considerando che il ginocchio, come ogni parte del corpo, riveste sia un ruolo fisico-meccanico che uno psico-emozionale. Lo stesso dolore potrebbe essere anche, cosa che ci interessa maggiormente in questa sede, una fase di autoguarigione. Ma come fare per distinguere? La difficoltà è propria questa: saper capire quando è necessario un intervento esterno urgente, quando invece l’intervento deve sbloccare aderenze e impedimenti o quando, invece, si deve lasciar fare autonomamente al corpo-mente.

Il dolore, o il problema al ginocchio, o ad una qualsiasi altra parte del corpo, può essere esaminato, seguendo una visione riduzionistica, come singola parte, oppure, nel caso di una osservazione olistica, come elemento compositivo del tutto biologico-meccanico e psico-emozionale. Nel primo caso farò accertamenti diagnostici e test di valutazione ortopedica, fisioterapica, chirurgica, ecc. fondamentali per comprendere la gravità della problematica in atto, mentre nel secondo caso, oltre agli esami citati, si indagherà quale organo, viscere, tessuto ecc., ma anche abitudini, pensieri, emozioni e atteggiamenti di vita stanno ponendo ostacoli e quanto la funzione ginocchio, nella vita, sta subendo arresti o incertezze. Preciso che, nel caso del ginocchio, tra le varie funzioni meccaniche c’è quella di compiere un passo in avanti e di superare un ostacolo mentre, dal punto di vista della funzione emozionale, inginocchiarsi è mettersi in posizione di devozione, adorazione o di sottomissione, perché mettere in ginocchio vuol dire batterlo, sconfiggerlo e sopraffarlo.

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Il meccanismo di autoguarigione è un meccanismo insito nella vita stessa e, parlando in termini informatici, è un programma inserito all’interno del sistema che autonomamente interviene nei momenti del bisogno, quando cioè esso percepisce il rischio, in maniera reale o figurata, dell’interruzione dello svolgersi del movimento meccanico, energetico, psichico ed emozionale che anima la vita. Questo movimento non è separato da altri programmi quali, per esempio, quello dello sviluppo dell’intero sistema, ma si trova al suo interno, si potrebbe dire che è solo una diversa manifestazione di un’unica forza. È la stessa spinta dell’accrescimento, dello sviluppo che ripara, elimina o rigenera. Uno degli obbiettivi dell’essere vivente, oltre al suo sviluppo fisico, psico-emozionale e spirituale, è il mantenimento dell’integrità dei tessuti, del movimento viscero-organico, muscolo-articolare, cranio-sacrale perché, altrimenti, ci sarebbe una interruzione di tutto il processo. Maggiore sarà la spinta di sviluppo, maggiore sarà la forza di autoguarigione e, in certi casi, anche l’intensità della sintomatologia. Se consideriamo che il processo vitale viene alimentato e sostenuto da questa forza invisibile, o almeno invisibile ai nostri occhi, che ha come fine il mantenimento di tutto il processo, viene da sé anche considerare che, ogni qual volta si presenti la necessità di risolvere una problematica, questa possa far parte di un programma definito e che il sintomo sia quindi il risultato di un lavoro di risanamento. E se riprendiamo il binomio corpo-mente si può affermare che ogni sintomo ritrova la sua origine indistintamente in entrambi gli elementi. Resta poi da definire nel dettaglio se sia necessario intervenire e come intervenire: se facilitare il movimento in azione, liberando da ostacoli e impedimenti, oppure lasciar fare mentre tutto da sé si sta compiendo.

Una volta ho letto questa frase “quando vi trovate difronte a una problematica chiedetevi quanto e cosa siete disposti a lasciare andare, accogliere, trasformare di tutto ciò che ha contribuito a generarla”. Credo proprio si riferisse ad abitudini di vita come regimi alimentari, atteggiamenti fisici e psichici, quali posture, pensieri, convinzioni, attitudini ed emozioni.

Il sintomo riveste un senso e un ruolo più ampio e può condurci molto lontano, nel senso di una nuova comprensione. Se prendiamo per vero che esiste una forza profonda che sospinge e sostiene l’essere umano nella crescita e nello sviluppo, dalla nascita fino alla fine della vita, e che questa sappia quale strada debba prendere per realizzare tale processo, possiamo altresì accettare che sia sempre questa forza a gestire le varie problematiche. Una forza che ripara quando c’è da riparare, rigenera quando c’è da rigenerare ed espelle quando c’è da espellere e forse, più che sostituirci ad essa, dovremmo imparare a metterla nelle condizioni di operare e agire. Il medico Andrew Taylor Still, ideatore della medicina osteopatica, a tal riguardo, esorta gli osteopati ad eliminare tutti gli impedimenti o i freni che in qualche modo ostacolo il movimento interno di tale forza affinchè la natura, gentilmente, possa compiere tutto il resto, intendendo per tutto il resto il processo di autoguarigione. E questo non passa unicamente dalla ricerca della disarmonia biochimica, della disfunzione metabolica, viscero-organica, ghiandolare o nervosa, ma da un cambiamento di prospettiva. In questa chiave interpretativa il sintomo si presenta come una richiesta di aiuto, una nuova risorsa affinché si possano compiere tutti quegli stravolgimenti, sul piano fisico, psichico, emozionale o spirituale necessari per ripristinare l’energia. Il ruolo del terapeuta, allora, non è solo quello di prendersi cura, che fra l’altro in greco significa “mettersi all’ascolto dell’altro, mettersi cioè al servizio” e far fronte alla necessità di risolvere o diminuire la sintomatologia di una problematica, ma anche quella di sostenere questa forza invisibile affinché il processo di autoguarigione avvenga spontaneamente, dall’interno.

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